Sempre si trova la mano di una donna
che, fresca e lieve,
compatendo e un poco amando,
come un fratello ti quieti.
Evtusenko
La grande scala settecentesca di Luigi Sanfelice, che mi sta di fronte, in questo palazzo dimenticato dal tempo, non è per me, questa mattina. Appena entrato nel cortile, giro a sinistra. Una scala a chiocciola, scolpita nel piperno vesuviano, si avvita strettamente, untuosa e sporca, su per il tugurio di Giosuè ò mericano. Gli resta questo soprannome per essere stato accompagnatore dei marinai americani che sbarcavano a Napoli. Li conduceva, sapientemente, a puttane, su, nei Quartieri Spagnoli. Un grande letto d’ottone occupa una stanza con il tetto a botte, scavato nel tufo. Panni sparsi dappertutto. La luce penetra malamente da due feritoie del muro. Un odore disgustoso d’urina fermentata, mi fa scorgere uno sgabuzzino che racchiude un cucinino ed una tazza di gabinetto, entrambi a vicinanze incredibili. Giosuè respira male, un rantolo gorgogliante è l’unica vita. Le cannule dell’ossigeno sono mal trattenute dalle sue narici chiuse da un’inspirazione agonica, e sperdono, con un sibilo, ossigeno nell’aria. Volto scavato; il colore è di un pallore violaceo. Gli occhi sono socchiusi. Pupille opache, immobili. Gocce di sudore sono trattenute da una barba non fatta da giorni. L’odore acre di ammoniaca mi preannuncia la qualità del coma. Cirrosi etilica. Il fondo di una bottiglia di Gragnano aspetta invano sul comodino. Sollevo la coperta per visitarlo. Un giovane braccio di donna gli attraversa il torace e termina in una mano aperta, candida, che penetra sotto la sua ascella. Sollevo del tutto la coperta e riconosco la figura di Titina, la figlia tredicenne, che gli sta dormendo accanto. L’altra mano è trattenuta sotto il volto. Succhia il pollice, ritmicamente, nel sonno. L’oro dei capelli si apre sul turchino del cuscino. La scollatura della sottoveste non cela piccoli seni, macchiati di rosa dagli acerbi capezzoli.
-“Non mi sembra proprio il caso, di lasciare Titina, vicino a suo padre, che sta morendo”-
E’ quasi un’invettiva rabbiosa, la mia. Sento di aver sbagliato tono.
-“ Titina è abituata a durmì accussì.”-
Non mi giro a guardare la madre, ma ne sento la presenza, alle mie spalle. Sembra aver scelto le mie stesse note di astio e rabbia.
-” Da due anni, mia figlia e mio marito mi hanno cacciato dal letto”-.
lpr
Il tuo tempo è diventato
il va e vieni del prigioniero nella cella,
l'attesa del pendolare
che ogni giorno spia la fuga
nell'orologio grande
allo stesso marciapiede.
Ritorna sui numeri dei binari
un'antica matematica di arrivi e partenze,
è ancora un gioco
contare i minuti per le coincidenze,
da bambino sempre sognavi di fuggire
da Ferrara per tornare al mare.
Era la via della felicità
il viale della stazione.
Nato sull'acqua
oggi ti parrebbe di tornare laggiù
ma non sai se i ritardi
siano fame di arrivare
o paura di scoprire
che tutto quell'azzurro è evaporato
e il mare non c'è più.
NAPOLETANI: COLEROSI E TERREMOTATI
“ Dove stiamo andando?”-
“ Faccio un salto dal concessionario.”-
“ Ti posso chiedere una cosa?”-
“ Di pure.”-
“ Perché, stamattina, mi hai tolto quella piccola ceramica, che mi avevi regalato anni fa.”-
“ Era invecchiata. Il sole l'aveva scambiata. Non serviva più.”
“ A me piaceva. Era un tuo dono.”-
“ Dove stiamo andando?”-
“ Te l'ho detto: un salto dal concessionario.”-
“Perché? Che devi fare?”-
“ Niente d'importante. Devo vedere una persona.”-
“ Hai tolto dal cassetto porta-oggetti i documenti, la tua croce da medico. Perché?”-
“ Così...tanto per fare qualcosa. Un po' di pulizia. Non credi?”-
“ No. Non ti credo. Sei strano, come al solito. C'è dell'altro. Perché non mi dici la verità?”-
“ La verità? Quale verità?”-
“Dove stiamo andando?”-
“Lo sai...te l'ho detto.”-
“ Sei uno stronzo. So dove mi porti. L'ho capito, non credi? Ma quale diritto hai, tu, di decidere la mia vita? Non mi rispondi? Solo 100 mila chilometri. Sono ancora nuova con tutte le tue cure.”-
“ Dottò, scusate, l'Alfa che ne dobbiamo fare?”-
“ Rottamazione...rottamazione...”-
Bonjour, Je ne connais pas cette personne. Bonne recherche.
Mi trovo questo messaggio su Face Book. Un altro, la foto è quella di una bimba, mi dice che lei non è l'Hélène Auriach, che io cercavo. Poche parole nette, taglienti. Se avrà scorto la foto del mio profilo, confrontandola con la sua età, avrà pensato ad un approccio pedofilo nel web. Arrossisco interiormente. Tutti si cercano, con facilità e successo, su questo motore idilliaco di amicizia ed anch'io, vetusto essere, ci ho provato.
L'equivoco è nato da un inganno della nostra psiche. Tutto invecchia con noi, nella vita, fuorché il volto di chi abbiamo conosciuto in gioventù e poi smarrito, per il corso della vita. Ci ribelliamo che possa essere accaduto questo assurdo misfatto.
“ Hélène"?, una vecchiarella...stai sicuro!”- Mi sorride, la mia, più giovane, compagna. Ne resto infastidito e quasi offeso. Hélène aveva 17 anni, quando mi accompagnò, una sera, alla Gare de Marseille. In mattinata mi aveva fatto la sorpresa di farmi trovare un totem nero africano di pesante ebano. Era tra gli oggetti di un antiquario sotto casa. Mi ci fermavo, ogni volta che passavo. Mi sta guardando, ora, lassù, dall'ultimo piano della libreria. Solo una tacca, in un angolo, ricordo del terremoto di Napoli. La superficie, lucida, della vernice nera, crea lampi nell'incavo degli occhi. Da un senso di protezione, la figura. L'addio di quella sera, dei miei diciott'anni. Quando, solo, lente lettere univano gli amanti. Le telefonate? Era inimmaginabile chiederne il pagamento ai genitori.
Hélène era stata una dei primi scambi studenteschi in famiglia, una cosa inconsueta, ardita per una donna. Una lunga corrispondenza, in liceo, tramite la professoressa di francese. Lei ,educanda di un collegio di Dreux, nell'Eure et Loire. Arrivò un pomeriggio a Genova, a Via Acquarone, dove abitavamo. Tutta la famiglia in attesa alla finestra. Una Peugeot ,enorme, per noi ,si fermò sotto casa. I genitori ci lasciarono questa ragazza “francese” e ripartirono dopo brevi convenevoli. Caschetto biondo, magrissima, calzoni attillati alla pescatore, ballerine ai piedi. 16 anni francesi, che ridevano dei miei 17 anni italiani. La mia famiglia ebbe difficoltà, a tavola, a star dietro alla sua preparazione collegiale, nel sapersi destreggiare tra le regole del Galateo. Io vi aggiunsi le mie arretratezze sessuali, tanto da esserne frequentemente beffeggiato. L'anno successivo, toccò a me raggiungerla a Aix. Mi arrampicavo su un mondo che non mi apparteneva. Si era nel 57. I ragazzi francesi erano entrati, da tempo, nel nostro futuro, 60. Le feste in casa, i genitori in vacanza. Sacchi a pelo, a notte, per terra. La droga non era arrivata, ne l'alcool. Non ne ho traccia.
Si era discusso sulla vetustà del mio pigiama, alla partenza, con i miei genitori. Mia madre aveva risolto, brillantemente, il risparmio da un nuovo acquisto, col riprendere da un fondo di cassetto, il pigiama cinese di seta, che avevamo ereditato, alla morte di zio Enrico, navigante. Pur non convinto dal ricordo della mole dello zio e da quell'enorme drago variopinto, ricamato sulla schiena, accettai, ben sapendo che non avrei avuto altra scelta. Non potrò mai dimenticare quella sera. “Ci si vede sul terrazzo, appena i miei genitori, si addormentano”. Héléne mi aveva dato la mia prima occasione di sesso. Non potevo far altro che indossare il pigiama di seta di zio Enrico. I pantaloni erano enormi in vita e avevano una fettuccia di 2 metri, come cintura. Ci potevo fare due giri attorno alla mia vita, cosa che feci, nascondendo il tutto con un rabbocco. La giacca aveva il taschino ricamato con un drago, lo stesso, immenso che mi pesava sulla schiena. Le maniche, larghe ed abbondanti. La vergogna, sì, miei cari genitori, la vergogna, passò, anzi la dimenticai subito, grazie ad Hélène.
Sono qui, Signore, qui
Sono qui, Signore, qui,
mi troverà il tuo coltello?